Intervista a Claudia Miragliotta
L’informatica può essere un valido strumento di supporto ad attività energetico-ambientali. Lo confermano le varie iniziative di Eniscuola, che promuove avanzati progetti di formazione con l’obiettivo di diffondere la cultura dell’energia e dell’ambiente attraverso percorsi didattici innovativi, grazie anche all’uso di tecnologie digitali.
Ne parliamo con Claudia Miragliotta, referente progetti territoriali Eniscuola, illustrando alcuni progetti realizzati e in corso d’opera.
Partiamo dal progetto “L’Agricoltura del futuro - Smart Greenhouseâ€, realizzato nel 2023-2024 e dedicato alla scuola secondaria di I grado, che ha avuto come finalità principale l'avvicinamento degli studenti alla robotica educativa, al coding, al pensiero computazionale e alla sostenibilità ambientale e digitale, attraverso un approccio fortemente pratico e laboratoriale (pagina del progetto).
1) Considerando l'integrazione tra robotica educativa, coding e sostenibilità ambientale, quali strategie didattiche avete proposto per valutare non solo il funzionamento tecnico del prototipo di serra intelligente, ma anche la consapevolezza ecologica e digitale acquisita dagli studenti?
CM: Abbiamo puntato soprattutto su una didattica pratica e laboratoriale, basata sul learning by doing: i ragazzi imparavano facendo, costruendo e sperimentando direttamente.
Abbiamo utilizzato il metodo scientifico, partendo dall’osservazione, formulando ipotesi, facendo prove e verificando i risultati, insieme al problem solving. Quando qualcosa non funzionava, i ragazzi erano portati a chiedersi perché e a cercare una soluzione. Abbiamo lavorato anche sul cooperative learning, sulla suddivisione dei compiti e sulla gestione dell’errore, considerandolo parte del processo di apprendimento.
Ma l’aspetto fondamentale era mantenere sempre il collegamento tra tecnologia e sostenibilità . La serra intelligente non era semplicemente un esercizio di coding o robotica: attraverso Arduino e i sensori, i ragazzi lavoravano su temperatura, umidità del terreno, irrigazione e illuminazione, comprendendo come la tecnologia possa aiutare a monitorare e gestire meglio le risorse.
Anche nella valutazione, quindi, non ci interessava soltanto verificare se la serra funzionasse, ma osservare come i ragazzi arrivavano alla soluzione, se sapevano spiegare le proprie scelte, risolvere problemi e comprendere perché stavano utilizzando quella tecnologia.
Quindi la strategia è stata quella di far fare esperienza ai ragazzi, mettendoli nelle condizioni di osservare, progettare, sperimentare, sbagliare e trovare soluzioni, sempre collegando le competenze digitali a un problema reale: quello di utilizzare la tecnologia in modo più consapevole e sostenibile.
2) Complessivamente, che tipo di competenze, tecnologiche e non, hanno acquisito gli studenti?
CM: Le competenze sono state sicuramente sia tecnologiche sia trasversali. Dal punto di vista tecnologico, i ragazzi hanno imparato le basi del coding e della programmazione, hanno utilizzato microcontrollori come Arduino, sensori e componenti elettronici e hanno imparato a costruire semplici sistemi automatizzati.
Ma secondo me il valore più importante è quello che va oltre la tecnologia.
Hanno sviluppato capacità di problem solving, pensiero logico, progettazione e collaborazione.
Hanno imparato a lavorare in gruppo, a prendere decisioni, a gestire l’errore e a cercare soluzioni alternative quando la prima idea non funzionava.
E hanno sviluppato anche maggiore autonomia e fiducia nelle proprie capacità .
Quindi non parlerei soltanto di competenze digitali. Parlerei di un vero e proprio modo di affrontare i problemi.
Il coding e la robotica diventano, in questo senso, strumenti per insegnare ai ragazzi a scomporre un problema, analizzarlo e costruire passo dopo passo una possibile soluzione.
“Dal Bit al Robot†(A.S. 2025-2026). Questo progetto didattico, rivolto agli studenti della secondaria di I Grado in Basilicata centrato sul coding e sulla robotica educativa è rivolto agli studenti delle scuole secondarie di primo grado della Basilicata. Dopo l’ottimo riscontro ottenuto nella passata edizione, l’iniziativa è stata potenziata, coinvolgendo un numero maggiore di studenti e istituti con l’obiettivo di coniugare tecnologia, pensiero computazionale e sostenibilità (pagina del progetto).
3) L'utilizzo di alcuni componenti tecnologici, come microcontrollori e sensori, richiede competenze specifiche: come avete gestito il percorso per renderlo accessibile anche agli studenti che partivano senza alcuna esperienza precedente di programmazione?
CM: Abbiamo cercato innanzitutto di partire dalle basi, senza dare per scontato che i ragazzi avessero già delle competenze.
Il percorso era progressivo: prima venivano introdotti i concetti fondamentali del pensiero computazionale, del coding e della robotica e poi, gradualmente, questi concetti venivano applicati attraverso attività pratiche.
Questo era importante perché i ragazzi potevano vedere immediatamente il risultato di quello che stavano facendo.
Non si trattava quindi di imparare prima tutta la teoria e soltanto dopo metterla in pratica. Teoria e pratica procedevano insieme.
Anche il lavoro a gruppi aiutava molto, perché permetteva agli studenti di confrontarsi e di assumere responsabilità diverse.
E soprattutto abbiamo cercato di creare un ambiente nel quale fosse normale provare, sbagliare e riprovare.
Questo ha reso la tecnologia più accessibile anche per chi partiva da zero, perché l’obiettivo non era avere subito la soluzione perfetta, ma imparare il metodo per arrivarci.
4) Nella fase finale i ragazzi hanno progettato soluzioni innovative per il proprio territorio tramite la robotica: qual è stata l'idea o la soluzione più inaspettata e creativa che vi ha colpito in questo percorso?
CM: Più che una singola idea, quello che ci ha colpito è stata la varietà delle soluzioni immaginate dai ragazzi. Sono stati invitati a rappresentare e progettare parti del proprio territorio, immaginando spazi e servizi che avrebbero voluto vedere nel futuro: biblioteche, musei, cinema, piazze riqualificate, centri commerciali, centri benessere e anche altri spazi dedicati alla socialità .
La cosa interessante è che, attraverso questi progetti, i ragazzi non stavano semplicemente costruendo un modello, ma stavano raccontando come immaginavano il luogo in cui vivono.
E questo ci ha fatto capire che la robotica può diventare uno strumento molto potente anche per parlare di territorio, comunità e futuro.
Dietro ogni prototipo c’era una domanda molto semplice: “Come vorrei che fosse il posto in cui vivo tra qualche anno?†E secondo me è proprio questa la parte più creativa del progetto.
Il progetto “Dal Robot al Bot†- Percorsi di tecnologia e futuro (A.S 25/26) rivolto alla scuola secondaria di I grado è giunto alla terza edizione: un percorso didattico dedicato alla scoperta delle tecnologie digitali e della robotica educativa, utilizzando l’approccio del learning by doing e valorizzando curiosità , creatività e capacità di problem solving (pagina del progetto).
5) Rispetto all'edizione precedente, quest'anno i progetti si sono evoluti verso l'ingegnerizzazione dei prototipi, introducendo il controllo da remoto via Internet/Intranet, concetti di reti e rudimenti di intelligenza artificiale, oltre all'ottimizzazione degli algoritmi per l'efficienza energetica. Quali sono state le principali sfide incontrate dagli studenti nell'integrare queste tecnologie avanzate, e in che modo questa complessità aggiunta ha stimolato il loro problem solving?
CM: La difficoltà principale è stata sicuramente quella di mettere insieme più elementi contemporaneamente.
I ragazzi non dovevano più soltanto far funzionare un prototipo, ma dovevano capire come farlo comunicare, come controllarlo a distanza e come rendere più efficiente il sistema.
Quindi il problema diventava più complesso e richiedeva di ragionare per passaggi.
Ed è proprio qui che il problem solving è diventato fondamentale.
Quando un sistema non funziona, bisogna capire dove si trova il problema: è nel circuito? È nel sensore? È nell’algoritmo? È nella comunicazione?
Questo obbliga i ragazzi a scomporre il problema e ad affrontare una difficoltà alla volta.
Inoltre, l’introduzione dei concetti di rete e di intelligenza artificiale ha permesso loro di avere un primo contatto con tecnologie che fanno già parte della nostra quotidianità .
La cosa interessante è che non sono state presentate come qualcosa di astratto, ma all’interno di un progetto concreto che stavano costruendo loro stessi.
E anche in questo caso il punto non era arrivare necessariamente a una soluzione perfetta, ma imparare a capire perché qualcosa non funzionava e trovare il modo di migliorarlo.
6) Quali sono stati gli obiettivi raggiunti?
CM: Direi che gli obiettivi sono stati raggiunti su più livelli.
Sicuramente c’è stato un rafforzamento delle competenze digitali e tecnologiche: i ragazzi hanno imparato a utilizzare schede elettroniche e sensori, a sviluppare semplici algoritmi di controllo e a progettare e costruire prototipi.
Ma abbiamo raggiunto anche obiettivi legati al pensiero computazionale, alla capacità di progettazione e al problem solving.
E poi ci sono tutte quelle competenze che magari sono meno visibili, ma che secondo me sono altrettanto importanti: la collaborazione, l’autonomia, la creatività , la capacità di comunicare e di prendere decisioni.
Quindi il risultato non è soltanto il prototipo che alla fine viene presentato. Il vero risultato è quello che rimane nei ragazzi dopo averlo costruito.
Rimane un metodo: davanti a un problema, provare a capirlo, scomporlo, cercare una soluzione, verificarla e, se non funziona, riprovare.
E questo è probabilmente uno degli insegnamenti più importanti che il coding e la robotica possono lasciare agli studenti.
7) Dopo tre anni, qual è il vero significato di questo progetto e perché è importante continuare?
CM: Credo che il vero significato del progetto sia quello di aver accompagnato i ragazzi in un percorso nel quale la tecnologia è diventata uno strumento per imparare a pensare.
Siamo partiti dal coding, siamo passati alla robotica, alla progettazione del territorio e poi siamo arrivati all’automazione, alle reti, al controllo da remoto e ai primi concetti di intelligenza artificiale.
Ma, al di là delle tecnologie che abbiamo utilizzato, il filo conduttore è sempre stato lo stesso: imparare a osservare un problema, progettare una soluzione e avere la capacità di modificarla quando non funziona.
E penso che questa sia una competenza fondamentale per il futuro.
Per questo siamo molto contenti che l’esperienza possa continuare anche nel prossimo anno scolastico. L’iniziativa è stata fortemente voluta da Eniscuola e realizzata sul territorio attraverso ANP (Associazione Nazionale Dirigenti Pubblici), ma negli anni è diventata anche qualcosa che le scuole hanno fatto proprio.
E il fatto che, anno dopo anno, le scuole abbiano accolto con entusiasmo il progetto e ne abbiano sostenuto la prosecuzione è, secondo me, la conferma più bella del valore che questa esperienza ha avuto.
Se dovessi riassumere tutto in una frase, direi che non abbiamo cercato semplicemente di insegnare ai ragazzi a programmare un robot; abbiamo cercato di insegnare loro a progettare il futuro.
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